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Via Toledo con la nostra pietra lavica (da Il Mattino del 5 Aprile 2002)

La leggenda delle cave chiuse è nata chissà come. Ci sono, ma non funzionano le tre cave di pietra nera e duttile partorita dal Vesuvio durante le sue rare e drammatiche esplosioni. La leggenda delle cave chiuse - che chiuse invece non sono - è l’incubo del direttore del consorzio pietra lavica del Vesuvio, oltre che sindaco di Boscoreale, Giosuè Fattorusso.
Alla leggenda delle cave fantasma attribuisce, Fattorusso, gran parte della colpa dell’ennesimo tradimento di Napoli nei confronti del vulcano (per tacer degli occupati di settore, più di 500). Pietra dell’Etna per piazza Dante, invece che pietra vesuviana. Una leggenda talmente radicata che ne sarebbe stata vittima lo stesso architetto Gae Aulenti, intenzionata a privilegiare il materiale locale ma dirottata sulla scelta siciliana dalla convinzione errata ( che lei stessa dichiarò alla stampa) che non ci fossero «più cave del Vesuvio». Il progetto Aulenti prevedeva la pietra locale: «Mi dissero - racconta l’architetto - che non ce n’era a sufficienza e che comunque sarebbe costata troppo». Primo ad insorgere è stato Nino De Falco, sindaco di Terzigno - le tre cave sono nel suo comune - affermando che nessun rappresentante del consorzio Metropolitana s’era mai informato su costi e produzione e che non capiva chi avesse potuto indirizzare male la Aulenti. Oggi è la volta del direttore del consorzio pietra lavica vesuviana, Giosuè Fattorusso. «Lessi sui giornali - afferma - che l’architetto incaricato riteneva esaurite le cave e quindi si sarebbe servita altrove, a malincuore. Chiamai lei, a Milano e le dissi che le cave erano aperte ed in funzione. Mi rimandò al consorzio che, disse, le aveva spiegato la situazione. Là parlai con un ingegnere al quale chiesi che informazioni avessero raccolto e dove visto che non gli risultava il vero. Mi congedò senza una spiegazione accettabile. Ora io mi chiedo: a chi fa comodo la leggenda che le nostre cave non funzionerebbero o sono chiuse? Tra l’altro è una leggenda che porta sfortuna. Dopo questi fatti le cave furono chiuse davvero, per una ventina di giorni e per problemi di compatibilità paesaggistica. Ma ora funzionano, con la benedizione dell’ente parco». Al consorzio Metropolitana l’ingegner Antonello De Risi, responsabile del settore opere civili, non si tira indietro. «Ricordo bene i fatti - dice - e a mio parere sono andati altrimenti. Dissi, sì, alla Aulenti che le cave non producevano abbastanza del materiale che chiedeva: ma lei pensava al basolame napoletano spesso trenta centimetri e lavorato a mano. Materiale senza prezzo e praticamente fuori produzione. Le spiegammo che, inoltre, pesava troppo per il tipo di lavoro da fare. E non è vero che non sentimmo i produttori. Sentimmo ditte di Gragnano ed altre e sono disposto a confrontarmi su questo. Il fatto è che le cave vesuviane, ci fu detto dalle ditte contattate, non avrebbero potuto sostenere la richiesta di 7000 metri quadrati di pietra lavica nei tempi da noi richiesti. Quando il presidente del consorzio mi contattò dopo quelle dichiarazioni della Aulenti gli dissi, molto direttamente: ce la fate voi, allora, a darci quel che ci serve nei tempi necessari? Non l’ho più sentito». Un’altra vittima della leggenda delle cave fantasma sarebbe stato il vicesindaco Rocco Papa che ieri ha ricevuto un imprenditore del vesuviano allo scopo, spiega, di chiarirsi le idee una volta per tutte. «Mi hanno assicurato - dice - che le cave possono fornire la pietra per gli abbellimenti di via Toledo, via Pessina, via Duomo. L’appalto verrà assegnato a giorni. Ed il Comune è ben lieto di poter usare la pietra del Vesuvio, d’ora innanzi».

 

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