Pompei, gli antichi abitanti avevano denti sani grazie alla dieta mediterranea

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calchi pompeiGli antichi abitanti di Pompei mangiavano meglio di noi e si prendevano grande cura dei loro denti. La prova viene dai nuovi studi effettuati sui calchi che conservano i resti dei pompeiani scomparsi con l’eruzione del Vesuvio, nel 79 Avanti Cristo. I ricercatori si sono avvalsi della tomografia assiale computerizzata, meglio conta come TAC: una metodologia utilizzata non solo in medicina, ma anche in archeologia, che consente di penetrare i materiali, in questo caso i calchi in gesso, senza danneggiarli. I test stanno fornendo interessanti dettagli su quella antica comunità: dalle malattie più diffuse, alla dieta alimentare. Massimo Osanna, soprintendente speciale per Pompei: “Dai denti viene fuori l’assenza di carie, che è molto interessante. Non ci stupisce: conoscevamo la dieta mediterranea, che in fondo ha degli aspetti molto positivi. E questo aspetto viene proprio fuori dall’analisi che si sta facendo di recente”. Il progetto coinvolge non solo archeologi, ma anche ingegneri informatici, radiologi e – per l’appunto – ortodontisti. L’analisi con lo scanner ha permesso di esaminare anche la struttura ossea delle vittime di Pompei. E da questo studio è emerso che molti abitanti sarebbero morti per cause diverse dal soffocamento. “Si è molto discusso su come sono morte le vittime che sono state trovate, oltre mille sul sito di Pompei – spiega Osanna – Dalle analisi delle ossa vengono fuori anche traumi cranici. Questo vuol dire che molti sono morti anche per il collasso dei soffitti, sotto la pressione della pomice. La pomice è molto leggera, ma quando si accumula per due metri può far crollare i soffitti. E molti sono morti proprio per questo”. I ricercatori sperano di scoprire ancora di più su una comunità, la cui improvvisa scomparsa ha da sempre affascinato gli storici. (Euronews)

La chiesetta del Santissimo Salvatore all’Osservatorio

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20131230_chiesa_55La chiesetta venne realizzata nel ‘700 come ex voto dagli appestati che furono mandati in esilio sul Vesuvio per evitare il contagio con il resto della popolazione e che, nonostante si trovassero a pochi passi dal cratere, riuscirono a sopravvivere all’eruzione del vulcano. Da allora, la chiesa del Salvatore è diventata un punto di riferimento per i fedeli che pregano affinché il Vesuvio tenga a bada la sua potenza distruttiva. Il Capodanno, inoltre, ricorda un altro storico episodio avvenuto nella cappella dell’Osservatorio. Nella notte del passaggio tra il 1899 ed il 1900, nella chiesetta venne celebrata una solenne messa di ringraziamento presieduta dal cardinale Achille Ratti, che da lì a poco sarebbe diventato Papa Pio XI. Egli trovandosi a Napoli, volle recarsi a vedere il Vesuvio. Vi si avviò di buon mattino e celebrò la messa nella chiesetta del Salvatore, a mezza costa; poi effettuò a piedi l’ultimo tratto della salita, fino al conetto eruttivo. Ecco, vergate di suo pugno, le impressioni di quella gita: « Ci accolse (il Vesuvio) con un forte rombo, seguito da un’esplosione che, illuminando tutto in tondo, anzi tutta la cavità del cratere, ci fece rimanere attoniti alla terrifica grandezza dello spettacolo che si svolgeva sotto gli occhi nostri. chiesa-san-salvatore-vesuvioLa gran bocca del vulcano ci stava dinanzi spalancata in tutta la sua vastità. Dal cono sorgente al fondo del cratere, come da un ceppo di vivida fiamma, un elegante (non saprei dire altrimenti) getto di materia incandescente balzava gigantesco zampillo seguendo la verticale, e raggiunta l’altezza dell’orlo e superatala di parecchio, si espandeva non meno elegantemente in ampio lembo convesso, ricadendo come pioggia di fuoco, sui ripidi fianchi del cono medesimo. Fu un momento, poi, mentre il rombo andava come allontanandosi nella profondità della terra, il getto igneo si abbassava rapidamente e le bocche del cono si andavano rinchiudendo : le fiamme ne lambivano, guizzando per pochi istanti ancora, gli orli e finalmente tutto rientrava nell’oscurità e nel silenzio della notte». Nonostante l’importante valore storico,tuttavia, la cappella del complesso dell’Osservatorio Vesuviano è rimasta abbandonata ed in preda al degrado per lunghi decenni. Le operazioni per il suo recupero sono iniziate alla fine degli anni ’80, dopo che la struttura sacra era diventata prima un deposito per la malavita organizzata e, successivamente, una discarica di elettrodomestici e copertoni. L’unico arredo sopravvissuto alla furia dei ladri e dei vandali è un’antica scultura lignea, recentemente restaurata, che rappresenta il Santissimo Salvatore.

Video da Youtube.

Rischio Vesuvio: cosa fare in caso di terremoti o maremoti

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1-RomaIo non rischio” è una campagna di comunicazione nazionale sulle buone pratiche di protezione civile promossa e realizzata da DPC, ANPAS, INGV e RELUIS, nata al fine di informare la cittadinanza sulle azioni da porre in atto per evitare problemi in caso di terremoti o eruzioni. Quest’anno è giunta alla quinta edizione e si terrà il prossimo fine settimana: sabato 17 e domenica 18 ottobre. Con la collaborazione di tanti volontari, in centinaia di piazze d’Italia si spiegherà come comportarsi in caso di emergenza dovuta ad alluvioni, maremoti e terremoti. In area flegrea e vesuviana, i gazebo saranno allestiti a: – Napoli (Piazza Municipio) – Pozzuoli (Piazza a mare – Villetta comunale) – Pomigliano d’Arco (Piazza Giovanni Leone) – Sant’Anastasia (Piazza Giuseppe Liguori) – Portici (Piazzale Vanvitelli) – Pompei (Piazza Bartolo Longo) – Pagani (Piazza Sant’Alfonso).

http://iononrischio.protezionecivile.it/

Ginestra, fiore del Vesuvio tutto da scoprire

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Giacginestreomo Leopardi, nel 1836, ne cantava le lodi nel celebre poema dedicato al fiore giallastro. E oggi, come allora, la pianta è simbolo della resistenza e della specificità della natura, all’interno di un luogo al tempo stesso speciale, eppure decisamente impervio. Si tratta del Vesuvio, il complesso eruttivo principale dell’Europa continentale, che sulle sue pendici, cela una sensibile presenza della pianta. Attenzione però, perché è in questo punto che le caratteristiche del territorio, si fanno in qualche modo storia e scrigno di originalità biologica.
Perché proprio sulle pendici di uno dei simboli iconici del territorio italiano, sorge una specie di ginestra endemica, particolarmente preziosa. Si tratta della ginestra dell’Etna (Genista aetnensis), un endemita etneo introdotto sul Vesuvio dopo l’eruzione del 1906. A dispetto del nome, che ne sottolinea la provenienza siciliana, la specie ha invece attecchito con forza anche sul terreno vesuviano, in seguito all’opera del rimboschimento portato avanti nei primi del Novecento. E lo spettacolo, anche per chi non ne conosce la storia esatta, è particolarmente affascinante.
Il fiore, simbolo della vita che rinasce dopo l’eruzione, e dopo l’anno zero prodotto da lava e fuoco, è infatti una versione più grande del classico arbusto basso al quale siamo di frequente abituati. La pianta, a portamento arboreo, può infatti arrivare fino a dieci metri di altezza, e abbracciare così l’intero territorio, con una mole gialla decisamente appariscente. E la sua presenza si fa massiccia in alcune zone specifiche del vulcano. Nell’Atrio del Cavallo e nella Valle dell’Inferno, essa arriva a formare delle boscaglie impenetrabili.
Questa ricchezza, non è però sempre osservabile. Spesso molti sentieri del vulcano sono chiusi o poco accessibili. Eppure in questo caso, la comunità risponde all’inefficienza della gestione pubblica, con iniziative prodotto dal basso. Tra queste, quella promossa dall’associazione culturale: “Vesuvio, natura da esplorare”, che organizza periodicamente tour escursionistici nei luoghi più belli dell’ecosistema vesuviano, ancora tutti da conoscere e amare.

Dal Giappone al Vesuvio, all’Osservatorio vulcanologi nipponici

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OsservatorioVesuvianoE’ ospite a Napoli, presso l’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (OV-INGV), Masato Iguchi, direttore dell’Osservatorio Vulcanologico del Sakurajima, vulcano che domina la città di Kagoshima, gemellata con Napoli dagli anni ’60 e particolarmente simile vista dall’alto. Iguchi è anche presidente della Società Vulcanologica Giapponese e uno dei massimi esperti di vulcanologia. Obiettivo dell’incontro: stabilire un ‘gemellaggio scientifico’ tra l’OV-INGV e l’Osservatorio del Sakurajima sui temi cruciali del monitoraggio vulcanico, in occasione del 150° anniversario dell’apertura ufficiale delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. L’incontro, organizzato dall’OV-INGV e dall’Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani, è patrocinato dalle ambasciate giapponese in Italia ed italiana in Giappone. L’idea del gemellaggio scientifico/culturale italo-giapponese nasce lo scorso 23 maggio in occasione della cerimonia di riapertura della palazzina Borbonica dell’Osservatorio Vesuviano dopo intensi lavori di restauro. Nella cerimonia si parlò della vendita (avvenuta nel 1877), del prestigioso sismografo elettromagnetico dell’allora direttore dell’OV, Luigi Palmieri (ideato nel 1856), al Giappone. Da qui l’idea del segretario generale dell’Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani, Mariano Barbi, appassionato di cultura giapponese, di organizzare un meeting per ricordare e rinsaldare gli antichi rapporti tra i due Paesi lontani ma legati dall’alto rischio sismico e vulcanico e dall’intensa urbanizzazione.

Pompei, tac sui calchi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C.

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Tac calchi PompeiDuemila anni fa non c’erano dentifrici ma i pompeiani avevano un cavo orale da pubblicità televisiva. Denti perfetti grazie a un’alimentazione sana, con pochi zuccheri. Unico difetto alcune zone particolarmente consumate dall’uso improprio di tagliare o spezzare oggetti con la forza delle mandibole. Lo rivelano le Tac (Tomografia assiale computerizzata multi strato) eseguite su una trentina di calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., alla quale sta lavorando un’equipe di studiosi incaricati dalla Soprintendenza archeologica di Pompei.Lo rivelano le Tac (Tomografia assiale computerizzata multi strato) eseguite su una trentina di calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., alla quale sta lavorando un’equipe di studiosi incaricati dalla Soprintendenza archeologica di Pompei. «Uno dei problemi che abbiamo incontrato è la densità del gesso utilizzato per la tecnica del calcio – ha spiegato il soprintendente Massimo Osanna – è una densità simile alle ossa, ecco perché è stato necessario ricorrere alla tecnologia della Tac da 16 strati messa a disposizione dalla Philips Spa Healthcare».
Il progetto coinvolge archeologi, antropologi, radiologi, odontoiatri e ingegneri per i rilievi scanner-laser. Lo scopo è di risalire alle abitudini di vita, all’occupazione, al ceto sociale dell’uomo nascosto nel calco e ha già rivelato, ad esempio, il danno subito dalle ossa dovuto all’eccessiva presenza di fluoro nelle falde acquifere vesuviane.«Uno dei problemi che abbiamo incontrato è la densità del gesso utilizzato per la tecnica del calcio – ha spiegato il soprintendente Massimo Osanna – è una densità simile alle ossa, ecco perché è stato necessario ricorrere alla tecnologia della Tac da 16 strati messa a disposizione dalla Philips Spa Healthcare».
Il progetto coinvolge archeologi, antropologi, radiologi, odontoiatri e ingegneri per i rilievi scanner-laser. Lo scopo è di risalire alle abitudini di vita, all’occupazione, al ceto sociale dell’uomo nascosto nel calco e ha già rivelato, ad esempio, il danno subito dalle ossa dovuto all’eccessiva presenza di fluoro nelle falde acquifere vesuviane.

Portici, il culto di San Pasquale Baylon

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Alla fine del XVII secolo i Frati Minori Alcantarini, ordine fondato nel Cinquecento da san Pietro d’Alcantara e provenienti dalla Spagna, costruirono il convento francescano del Granatello a Portici grazie alle elemosine dei fedeli. Il convento inizialmente era molto piccolo e il suolo su cui fu edificato era stato in parte donato da Anna Schioppa e in parte acquistato da Donato Cambarosa. Dai frati il principe d’Elboeuf comprò il suolo sul mare dove fece costruire la propria villa e con l’aiuto del popolo, verso il 1705 sorse l’attuale convento con la Chiesa. Il convento fu poi ampliato: nel 1786, al suo fianco, fu edificata la chiesa che si rifaceva allo stile del Vaccaro.

Era uno di questi frati anche Pasquale Baylon, povero pastore che quando entrò a far parte del gruppo spirituale, si occupò prima della cucina e poi della questua. Dopo la sua morte e il suo essere proclamato beato nel 1618 e poi Santo nel 1690, i Frati laici Alcantarini scelsero come celeste patrono proprio san Pasquale poiché in vita si era distinto per cultura e spiritualità. Nel loro peregrinare i frati invitavano incessantemente i benefattori a invocare l’intercessione del loro patrono a cui rivolgevano tutte le preghiere. Per questo motivo gli Alcantarini, erano spesso chiamati “frati o monaci di San Pasquale”. Inoltre tutti i luoghi di culto da loro realizzati o in cui si sono fermati, erano denominati, al di là della loro ufficiale intitolazione, “conventi di San Pasquale”. Stessa sorte è toccata anche al convento alcantarino al Granatello, il quale sarebbe in realtà intitolato a san Pietro d’Alcantara.
il convento si distingue per la salubrità del clima, il meraviglioso panorama e per la sua storia. È situato sul mare, gode del verde del parco inferiore della reggia ed ha registrato momenti importanti: qui ebbero ospitalità continua i Re prima dell’unità d’Italia e il Papa Pio IX nel 1849.

Questo complesso religioso è particolarmente importante poiché in esso, nel 1769, fu aperta la prima scuola di Portici e perché possedeva una ricca biblioteca che era considerata la migliore della Campania.
Tra questa mura fiorì la santità: ricordiamo San Giovangiuseppe della Croce che diresse la fabbrica del convento e il venerabile Padre Sempliciano della natività, fondatore delle Suore francescane dei Sacri Cuori. Per molti anni Casa di Studio per l’antica Provincia Alcantarina, la casa, in vari periodi, accolse i giovani frati in formazione: Collegio, Noviziato, Studentato di ginnasio e di liceo, e dopo la fusione del 1942 è stata per alcuni anni sede del Noviziato per la nuova Provincia. Nel 1955 la facciata del convento fu completamente rifatta, infatti, quella attuale, non ha nulla della connotazione originaria, ma presenta una facciata in stile contemporaneo. All’interno, sull’altare, c’è una pala che rappresenta la “Morte di San Pietro di Alcantara”, di De Rossi, allievo di Luca Giordano, e uno splendido baldacchino del coro. Infine, custodisce una copia di una tela di San Giuda Taddeo, il cui originale è conservato nell’archivio francescano. Oltre al culto verso San Pasquale, è infatti, diffuso in tutto il napoletano anche quello di San Giuda Taddeo. La fede in questo Santo è nata per opera del venerabile Padre Sempliciano, che ricevette una grazia dallo stesso. Nel 1974 la chiesa conventuale fu eretta Parrocchia ed intitolata a San Pasquale Baylon; oggi conta 2400 abitanti.

I frati svolgono il loro ministero non soltanto nell’ambito parrocchiale, ma accolgono persone per la direzione spirituale e curano la formazione dei gruppi del laicato francescano. Molto viva è ancora oggi la devozione a San Pasquale, molto caro al popolo per la sua fede profonda verso l’Eucaristia e la Madonna e per la sua sensibilità verso i poveri e i sofferenti. Nell’Italia meridionale il culto di San Pasquale Baylon è tradizionalmente legato alla ricerca da parte delle ragazze di un marito e come ricorda anche Matilde Serao è diffusa la preghiera-invocazione seguente da ripetere per nove sere di seguito: “San Pasquale Bailonne protettore delle donne mannateme nu marito rubicondo e sapurito, comme a vuje, tale e quale, gloriosissimo San Paquale”.

Sito web: http://www.sanpasqualeportici.it/ .

 

L’Osservatorio Vesuviano: “Ecco perchè non è imminente il pericolo di eruzione”

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Vesuvio23Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, è intervenuto per fare alcune precisazioni riguardo a recenti notizie su uno studio che vorrebbe il Vesuvio a rischio eruzione. “Ieri e oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani provenienti da alcune testate giornalistiche e TV. Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti. A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano, sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo web”. L’Ingv, in un comunicato sul proprio sito, ha sottolineato che non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo; che il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza. Inoltre l’Ignv ha spiegato che il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegrei. “I 20-30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni”. Da Leggo del 24 agosto 2015.

Il Vesuvio è di nuovo pericoloso; polemica sui piani di emergenza

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vesuvio-formazione-e1378686346857«Nonostante gli allarmi lanciati da studiosi e scienziati di tutto il mondo i vertici della Protezione Civile Nazionale guidati prima da Bertolaso e poi da Gabrielli non hanno realizzato o aggiornato i piani di evacuazione»: lo afferma il consigliere regionale della Campania Francesco Emilio Borrelli (Davvero Verdi) che riferisce degli studi dei vulcanologi Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo sui rischi di eruzione tra il Vesuvio e i Campi Flegrei. (pubblicato su Nature nel 2012: http://www.nature.com/articles/srep00712 ) «Il Piano del Vesuvio – afferma Borrelli – non è stato mai aggiornato in modo concreto informando le popolazioni locali. Quello dei Campi Flegrei non esiste per non parlare di quello di Ischia mai neanche ipotizzato. Invece il Ministero dell’Ambiente vorrebbe autorizzate trivellazioni per realizzare impianti geotermici in zone come i Campi Flegrei ad altissima densità abitativa o mete turistiche». «Con la Regione Campania – aggiunge – ci faremo promotori di un new deal affinché i piani vengano realizzati. Nelle more e’ impensabile trivellare o fare esperimenti pericolosi nelle caldere dei vulcani». «I piani di emergenza, che non sono strumenti calati da Roma ma il risultato del lavoro congiunto di tutti i livelli territoriali, per Vesuvio e Campi Flegrei esistono, da anni, e sono entrambi attualmente in corso di aggiornamento». Così, con una nota, il Dipartimento della Protezione Civile risponde al consigliere regionale della Campania Francesco Emilio Borrelli (Davvero Verdi) che, in un comunicato, ha sostenuto la mancanza di piani di evacuazione da adottare nell’eventualità di un’eruzione tra il Vesuvio e i Campi Flegrei. «In particolare – prosegue la Protezione Civile – come ogni cittadino che sia davvero interessato all’argomento e non solo per fare strumentale polemica può approfondire nelle sezioni dedicate sul sito istituzionale www.protezionecivile.gov.it, negli ultimi anni, non senza difficoltà, il Dipartimento nazionale, in stretto raccordo con la struttura regionale di protezione civile e con l’INGV, ha avviato numerose attività per l’aggiornamento della pianificazione: ridefinizione delle zone rosse sulla base del nuovo scenario scientifico di riferimento, aggiornamento a tutti i livelli dei numerosi elementi di cui si compone il piano globale, ridiscussione con le Regioni dei gemellaggi, individuazione di una corretta veste giuridica per la pianificazione finale. Per non parlare dei corsi di formazione per i tecnici comunali, per il personale delle strutture operative territoriali e delle componenti del sistema di protezione civile coinvolte quotidianamente nelle attività di preparazione e pianificazione». «Per il Vesuvio, – continua il comunicato – a valle della pubblicazione della direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri che stabilisce definitivamente la nuova zona rossa per l’area vesuviana, il Capo del Dipartimento della Protezione Civile ha recentemente emanato le indicazioni alle Componenti e alle Strutture operative del Servizio Nazionale per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza ai fini dell’evacuazione cautelativa della popolazione della zona rossa (pubblicate in Gazzetta Ufficiale il 31 marzo scorso), decreto che sta guidando i lavori dell’intero servizio nazionale di protezione civile in questi mesi. Nel frattempo, nel febbraio di quest’anno la Regione Campania ha approvato anche la nuova delimitazione della zona gialla della pianificazione nazionale». «Anche per i Campi Flegrei, – conclude la Protezione Civile – per i quali la Regione Campania ha approvato sia la nuova zona rossa sia, con la delibera n. 175 di aprile, la zona gialla si seguirà l’iter giuridico-normativo previsto per il piano di emergenza per rischio vulcanico al Vesuvio».

 

Il Parco del Vesuvio muore, vincono abbandono e degrado

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rifiuti-vesuvioSentieri off limits, rifiuti ovunque, cartellonistica fuori uso: le associazioni di volontariato denunciano lo stato di degrado del Parco nazionale del Vesuvio ma anche le contraddizioni all’interno di una delle aree protette più importanti d’Italia. Da un lato, infatti, migliaia di turisti vengono ogni anno attratti dal Parco, soprattutto dalla scalata verso quota mille, il cosiddetto Gran Cono; dall’altro lato la scarsa organizzazione ricettiva fa emergere una serie di criticità, soltanto in parte risolte dal lavoro dei volontari. A segnalare i problemi del Parco sono quelli della Legambiente, che assieme all’associazione «Libera» hanno organizzato i campi di volontariato e formazione, aperti a 200 ragazzi provenienti da tutta Italia, pronti a darsi da fare per rimettere a posto il Parco. Il lavoro dei giovani si è concentrato soprattutto sulla rimozione dei rifiuti: sono stati ripuliti i sentieri del Parco, con la raccolta e la differenziazione di circa una tonnellata di spazzatura. Ma i volontari hanno anche riscontrato problemi per la sicurezza delle staccionate in legno che vi sono all’interno della riserva naturale. Quella sulle lave a corda del monte Somma e dei cognoli di Ottaviano è stata aggiustata direttamente da loro, per le altre ci sarebbe bisogno di un intervento da parte delle istituzioni e dell’ente stesso. Grazie alla collaborazione dei Comuni di San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano e Boscotrecase sono stati liberati dai rifiuti i boschi della macchia mediterranea del sentiero n.7 (il vallone della Profica Paliata) e di parte dei sentieri 1 e 2 di Ottaviano (la valle dell’Inferno e lungo i Cognoli). I volontari si sono anche presi cura dei giardini del palazzo Mediceo, oggi restituito ai cittadini. Sono stati, inoltre, avviati i lavori di recupero dell’ex stazione della Circumvesuviana di Boscotrecase, destinata diventare un punto informativo sulla biodiversità ed una sede dell’osservatorio Ambiente e Legalità del Parco. Ma è la tabellonistica e le indicazioni lungo i sentieri il problema più rivelante. Il Parco Vesuvio ha 9 sentieri, per un totale di 54 chilometri di camminamento. Ognuno di essi ha dei paletti che indicano la strada da percorrere, contraddistinti da un colore diverso. Ma l’incuria degli anni ha fatto sparire i paletti e sbiadire i colori, al punto che lo stesso Pasquale Raia, responsabile delle aree protette per Legambiente, spiega: «Abbiamo incrociato decine di visitatori in difficoltà, che non sapevano dove andare. In molti rischiano di perdersi perché mancano le indicazioni, in questo modo corrono anche un serio pericolo». Indicazioni approssimative e cartelloni divelti anche per il sentiero numero 3, quello del monte Somma: quando fu realizzato si pensò anche ai non vedenti con un percorso apposito che oggi quasi non esiste più. Commenta ancora Pasquale Raia: «L’istituzione del Parco nazionale ha rappresentato la speranza del vero ed unico progetto di area vasta, dove tutela della biodiversità, agricoltura di qualità ed il turismo potevano coesistere ed essere la vera sfida occupazionale dei giovani. Oggi siamo fortemente preoccupati per lo stato in cui versa la zona. Siamo dinanzi ad un ritorno indietro di anni, vi è la necessità di un cambio di rotta per garantire almeno la manutenzione ordinaria, l’accessibilità, la tutela del patrimonio di biodiversità. Oltre al danno prodotto dalla precarietà dei commissariamenti e da alcuni Comuni ancora lontani dall’idea di Parco, oggi bisogna segnalare anche una direzione tecnica poco attenta alla gestione dell’area protetta». Pesa, infatti, la fase di stallo dell’ente, che non ha né un presidente (Ugo Leone è commissario ad interim e da quasi due anni gli viene prorogato l’incarico) né un consiglio direttivo completo. Francesco Gravetti, Il Mattino. Foto: Tvcity.