Month: agosto 2015

Portici, il culto di San Pasquale Baylon

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Alla fine del XVII secolo i Frati Minori Alcantarini, ordine fondato nel Cinquecento da san Pietro d’Alcantara e provenienti dalla Spagna, costruirono il convento francescano del Granatello a Portici grazie alle elemosine dei fedeli. Il convento inizialmente era molto piccolo e il suolo su cui fu edificato era stato in parte donato da Anna Schioppa e in parte acquistato da Donato Cambarosa. Dai frati il principe d’Elboeuf comprò il suolo sul mare dove fece costruire la propria villa e con l’aiuto del popolo, verso il 1705 sorse l’attuale convento con la Chiesa. Il convento fu poi ampliato: nel 1786, al suo fianco, fu edificata la chiesa che si rifaceva allo stile del Vaccaro.

Era uno di questi frati anche Pasquale Baylon, povero pastore che quando entrò a far parte del gruppo spirituale, si occupò prima della cucina e poi della questua. Dopo la sua morte e il suo essere proclamato beato nel 1618 e poi Santo nel 1690, i Frati laici Alcantarini scelsero come celeste patrono proprio san Pasquale poiché in vita si era distinto per cultura e spiritualità. Nel loro peregrinare i frati invitavano incessantemente i benefattori a invocare l’intercessione del loro patrono a cui rivolgevano tutte le preghiere. Per questo motivo gli Alcantarini, erano spesso chiamati “frati o monaci di San Pasquale”. Inoltre tutti i luoghi di culto da loro realizzati o in cui si sono fermati, erano denominati, al di là della loro ufficiale intitolazione, “conventi di San Pasquale”. Stessa sorte è toccata anche al convento alcantarino al Granatello, il quale sarebbe in realtà intitolato a san Pietro d’Alcantara.
il convento si distingue per la salubrità del clima, il meraviglioso panorama e per la sua storia. È situato sul mare, gode del verde del parco inferiore della reggia ed ha registrato momenti importanti: qui ebbero ospitalità continua i Re prima dell’unità d’Italia e il Papa Pio IX nel 1849.

Questo complesso religioso è particolarmente importante poiché in esso, nel 1769, fu aperta la prima scuola di Portici e perché possedeva una ricca biblioteca che era considerata la migliore della Campania.
Tra questa mura fiorì la santità: ricordiamo San Giovangiuseppe della Croce che diresse la fabbrica del convento e il venerabile Padre Sempliciano della natività, fondatore delle Suore francescane dei Sacri Cuori. Per molti anni Casa di Studio per l’antica Provincia Alcantarina, la casa, in vari periodi, accolse i giovani frati in formazione: Collegio, Noviziato, Studentato di ginnasio e di liceo, e dopo la fusione del 1942 è stata per alcuni anni sede del Noviziato per la nuova Provincia. Nel 1955 la facciata del convento fu completamente rifatta, infatti, quella attuale, non ha nulla della connotazione originaria, ma presenta una facciata in stile contemporaneo. All’interno, sull’altare, c’è una pala che rappresenta la “Morte di San Pietro di Alcantara”, di De Rossi, allievo di Luca Giordano, e uno splendido baldacchino del coro. Infine, custodisce una copia di una tela di San Giuda Taddeo, il cui originale è conservato nell’archivio francescano. Oltre al culto verso San Pasquale, è infatti, diffuso in tutto il napoletano anche quello di San Giuda Taddeo. La fede in questo Santo è nata per opera del venerabile Padre Sempliciano, che ricevette una grazia dallo stesso. Nel 1974 la chiesa conventuale fu eretta Parrocchia ed intitolata a San Pasquale Baylon; oggi conta 2400 abitanti.

I frati svolgono il loro ministero non soltanto nell’ambito parrocchiale, ma accolgono persone per la direzione spirituale e curano la formazione dei gruppi del laicato francescano. Molto viva è ancora oggi la devozione a San Pasquale, molto caro al popolo per la sua fede profonda verso l’Eucaristia e la Madonna e per la sua sensibilità verso i poveri e i sofferenti. Nell’Italia meridionale il culto di San Pasquale Baylon è tradizionalmente legato alla ricerca da parte delle ragazze di un marito e come ricorda anche Matilde Serao è diffusa la preghiera-invocazione seguente da ripetere per nove sere di seguito: “San Pasquale Bailonne protettore delle donne mannateme nu marito rubicondo e sapurito, comme a vuje, tale e quale, gloriosissimo San Paquale”.

Sito web: http://www.sanpasqualeportici.it/ .

 

L’Osservatorio Vesuviano: “Ecco perchè non è imminente il pericolo di eruzione”

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Vesuvio23Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, è intervenuto per fare alcune precisazioni riguardo a recenti notizie su uno studio che vorrebbe il Vesuvio a rischio eruzione. “Ieri e oggi numerosi cittadini hanno telefonato alla nostra Sala Monitoraggio, diversi di loro evidentemente turbati da quanto appreso, per segnalare notizie allarmanti sui nostri vulcani provenienti da alcune testate giornalistiche e TV. Per questo ritengo doveroso fare le precisazioni seguenti. A tutti ribadisco che l’Osservatorio Vesuviano, sezione di Napoli dell’INGV, è l’unico Ente che rileva e studia sistematicamente e con continuità i dati di monitoraggio delle aree vulcaniche campane: Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia, ed emette periodicamente Bollettini che contengono tutte le informazioni rilevanti, nonché le eventuali variazioni di attività, su questi vulcani. I nostri Bollettini sono disponibili a tutti, perché pubblicati nelle sezioni specifiche di questo web”. L’Ingv, in un comunicato sul proprio sito, ha sottolineato che non esiste alcun lavoro pubblicato dalla rivista ‘Nature’ a firma congiunta dei Ricercatori Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo; che il Vesuvio è un vulcano attivo, come i Campi Flegrei ed Ischia, quindi non c’è bisogno di alcuna nuova ‘scoperta’ per sapere che prima o poi potrà eruttare; possibile eruzione che però non è sicuramente imminente, visto che non c’è alcun segnale che distingua l’attuale attività da quella degli ultimi 71 anni, ossia quiescenza. Inoltre l’Ignv ha spiegato che il fatto che esista una sorgente, laminare, di magma tra 8 e 10 km di profondità che alimenta tutta l’area vulcanica campana non è stato scoperto dai Ricercatori citati bensì da chi effettuò, tra il 1994 ed il 2001, gli esperimenti di tomografia sismica al Vesuvio ed ai Campi Flegrei. “I 20-30 cm di sollevamento di cui si riferisce non sono relativi al Vesuvio bensì all’area dei Campi Flegrei, e sono stati accumulati in più di 10 anni”. Da Leggo del 24 agosto 2015.

Il Vesuvio è di nuovo pericoloso; polemica sui piani di emergenza

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vesuvio-formazione-e1378686346857«Nonostante gli allarmi lanciati da studiosi e scienziati di tutto il mondo i vertici della Protezione Civile Nazionale guidati prima da Bertolaso e poi da Gabrielli non hanno realizzato o aggiornato i piani di evacuazione»: lo afferma il consigliere regionale della Campania Francesco Emilio Borrelli (Davvero Verdi) che riferisce degli studi dei vulcanologi Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo sui rischi di eruzione tra il Vesuvio e i Campi Flegrei. (pubblicato su Nature nel 2012: http://www.nature.com/articles/srep00712 ) «Il Piano del Vesuvio – afferma Borrelli – non è stato mai aggiornato in modo concreto informando le popolazioni locali. Quello dei Campi Flegrei non esiste per non parlare di quello di Ischia mai neanche ipotizzato. Invece il Ministero dell’Ambiente vorrebbe autorizzate trivellazioni per realizzare impianti geotermici in zone come i Campi Flegrei ad altissima densità abitativa o mete turistiche». «Con la Regione Campania – aggiunge – ci faremo promotori di un new deal affinché i piani vengano realizzati. Nelle more e’ impensabile trivellare o fare esperimenti pericolosi nelle caldere dei vulcani». «I piani di emergenza, che non sono strumenti calati da Roma ma il risultato del lavoro congiunto di tutti i livelli territoriali, per Vesuvio e Campi Flegrei esistono, da anni, e sono entrambi attualmente in corso di aggiornamento». Così, con una nota, il Dipartimento della Protezione Civile risponde al consigliere regionale della Campania Francesco Emilio Borrelli (Davvero Verdi) che, in un comunicato, ha sostenuto la mancanza di piani di evacuazione da adottare nell’eventualità di un’eruzione tra il Vesuvio e i Campi Flegrei. «In particolare – prosegue la Protezione Civile – come ogni cittadino che sia davvero interessato all’argomento e non solo per fare strumentale polemica può approfondire nelle sezioni dedicate sul sito istituzionale www.protezionecivile.gov.it, negli ultimi anni, non senza difficoltà, il Dipartimento nazionale, in stretto raccordo con la struttura regionale di protezione civile e con l’INGV, ha avviato numerose attività per l’aggiornamento della pianificazione: ridefinizione delle zone rosse sulla base del nuovo scenario scientifico di riferimento, aggiornamento a tutti i livelli dei numerosi elementi di cui si compone il piano globale, ridiscussione con le Regioni dei gemellaggi, individuazione di una corretta veste giuridica per la pianificazione finale. Per non parlare dei corsi di formazione per i tecnici comunali, per il personale delle strutture operative territoriali e delle componenti del sistema di protezione civile coinvolte quotidianamente nelle attività di preparazione e pianificazione». «Per il Vesuvio, – continua il comunicato – a valle della pubblicazione della direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri che stabilisce definitivamente la nuova zona rossa per l’area vesuviana, il Capo del Dipartimento della Protezione Civile ha recentemente emanato le indicazioni alle Componenti e alle Strutture operative del Servizio Nazionale per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza ai fini dell’evacuazione cautelativa della popolazione della zona rossa (pubblicate in Gazzetta Ufficiale il 31 marzo scorso), decreto che sta guidando i lavori dell’intero servizio nazionale di protezione civile in questi mesi. Nel frattempo, nel febbraio di quest’anno la Regione Campania ha approvato anche la nuova delimitazione della zona gialla della pianificazione nazionale». «Anche per i Campi Flegrei, – conclude la Protezione Civile – per i quali la Regione Campania ha approvato sia la nuova zona rossa sia, con la delibera n. 175 di aprile, la zona gialla si seguirà l’iter giuridico-normativo previsto per il piano di emergenza per rischio vulcanico al Vesuvio».

 

Il Parco del Vesuvio muore, vincono abbandono e degrado

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rifiuti-vesuvioSentieri off limits, rifiuti ovunque, cartellonistica fuori uso: le associazioni di volontariato denunciano lo stato di degrado del Parco nazionale del Vesuvio ma anche le contraddizioni all’interno di una delle aree protette più importanti d’Italia. Da un lato, infatti, migliaia di turisti vengono ogni anno attratti dal Parco, soprattutto dalla scalata verso quota mille, il cosiddetto Gran Cono; dall’altro lato la scarsa organizzazione ricettiva fa emergere una serie di criticità, soltanto in parte risolte dal lavoro dei volontari. A segnalare i problemi del Parco sono quelli della Legambiente, che assieme all’associazione «Libera» hanno organizzato i campi di volontariato e formazione, aperti a 200 ragazzi provenienti da tutta Italia, pronti a darsi da fare per rimettere a posto il Parco. Il lavoro dei giovani si è concentrato soprattutto sulla rimozione dei rifiuti: sono stati ripuliti i sentieri del Parco, con la raccolta e la differenziazione di circa una tonnellata di spazzatura. Ma i volontari hanno anche riscontrato problemi per la sicurezza delle staccionate in legno che vi sono all’interno della riserva naturale. Quella sulle lave a corda del monte Somma e dei cognoli di Ottaviano è stata aggiustata direttamente da loro, per le altre ci sarebbe bisogno di un intervento da parte delle istituzioni e dell’ente stesso. Grazie alla collaborazione dei Comuni di San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano e Boscotrecase sono stati liberati dai rifiuti i boschi della macchia mediterranea del sentiero n.7 (il vallone della Profica Paliata) e di parte dei sentieri 1 e 2 di Ottaviano (la valle dell’Inferno e lungo i Cognoli). I volontari si sono anche presi cura dei giardini del palazzo Mediceo, oggi restituito ai cittadini. Sono stati, inoltre, avviati i lavori di recupero dell’ex stazione della Circumvesuviana di Boscotrecase, destinata diventare un punto informativo sulla biodiversità ed una sede dell’osservatorio Ambiente e Legalità del Parco. Ma è la tabellonistica e le indicazioni lungo i sentieri il problema più rivelante. Il Parco Vesuvio ha 9 sentieri, per un totale di 54 chilometri di camminamento. Ognuno di essi ha dei paletti che indicano la strada da percorrere, contraddistinti da un colore diverso. Ma l’incuria degli anni ha fatto sparire i paletti e sbiadire i colori, al punto che lo stesso Pasquale Raia, responsabile delle aree protette per Legambiente, spiega: «Abbiamo incrociato decine di visitatori in difficoltà, che non sapevano dove andare. In molti rischiano di perdersi perché mancano le indicazioni, in questo modo corrono anche un serio pericolo». Indicazioni approssimative e cartelloni divelti anche per il sentiero numero 3, quello del monte Somma: quando fu realizzato si pensò anche ai non vedenti con un percorso apposito che oggi quasi non esiste più. Commenta ancora Pasquale Raia: «L’istituzione del Parco nazionale ha rappresentato la speranza del vero ed unico progetto di area vasta, dove tutela della biodiversità, agricoltura di qualità ed il turismo potevano coesistere ed essere la vera sfida occupazionale dei giovani. Oggi siamo fortemente preoccupati per lo stato in cui versa la zona. Siamo dinanzi ad un ritorno indietro di anni, vi è la necessità di un cambio di rotta per garantire almeno la manutenzione ordinaria, l’accessibilità, la tutela del patrimonio di biodiversità. Oltre al danno prodotto dalla precarietà dei commissariamenti e da alcuni Comuni ancora lontani dall’idea di Parco, oggi bisogna segnalare anche una direzione tecnica poco attenta alla gestione dell’area protetta». Pesa, infatti, la fase di stallo dell’ente, che non ha né un presidente (Ugo Leone è commissario ad interim e da quasi due anni gli viene prorogato l’incarico) né un consiglio direttivo completo. Francesco Gravetti, Il Mattino. Foto: Tvcity.

E’ bastato solo un attimo… (articolo del 16 aprile 1985)

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E’ bastato soltanto un attimo. Dale Ulderhilt, annebbiato dal troppo Lacryma Christi, ha messo un piede in fallo sull’ orlo del vulcano. Brett Jacobs lo ha visto scivolare giù con un grido raccapricciante, cadere a piombo nel baratro nero del Gran Cono del Vesuvio. Sono le 17,30 di domenica. Per Brett, ventitrè anni, Kansas City, Missouri, cominciano dodici ore di dolore e paura. Tenterà di raggiungere da solo Dale schiacciato, ma ancora vivo, su una terrazza di basalto ad oltre duecento metri di profondità nelle viscere del vulcano. Rimarrà per tutta la notte abbarbicato, esausto e spaventato, forte soltanto della sua disperazione, ad uno sperone di roccia a venti metri dall’ amico ormai morente. Brett e Dale, ventidue anni, Tulsa, Oklahoma, marinai della fregata “Edward Mc Donnell” ormeggiata da sabato nel porto di Napoli, sono sbarcati domenica mattina per trascorrere qualche ora in città. E’ una giornata fredda, il cielo è coperto, Napoli deserta. Brett e Dale decidono così di salire sul Vesuvio. I due marinai americani arrivano al bar della seggiovia intorno all’ una. Il gestore Andrea De Gregorio li vede arrivare a piedi da Ercolano, bagnati fradici. Dopo dodici chilometri di marcia tirano il fiato al tavolo del bar. Bevono molto vino bianco. De Gregorio per non farglielo ingurgitare a stomaco vuoto offre loro due fette di torta rustica. “I due ragazzi – racconta il gestore del bar – erano allegri. Ridevano che era un piacere. Abbiamo chiacchierato a lungo. Mi hanno chiesto dov’ era il sentiero per arrivare lassù in cima. Io gliel’ ho sconsigliato. Non si vede nulla, c’ è un tempaccio, gli ho detto, siete arrivati sin qui a piedi e siete stanchi. Lasciate perdere: è pericoloso. Non ne hanno voluto sapere. Per tutta risposta prima di andar via, guardate qui, hanno scritto sul registro del bar: “L’ Italia è bella, il paesaggio è fantastico, continuiamo a salire”. Brett e Dale si arrampicano verso il Gran Cono. Non seguono il sentiero ma preferiscono scalare in verticale la china. Arrivano in cima che mancano pochi minuti alle 17. La tragedia di Dale si consuma in pochi attimi. Il ragazzo è sull’ orlo del Gran Cono, friabile di scorie, lapilli, arene e ceneri. Si volta, dà le spalle al cratere per guardare il panorama, la piana vesuviana, Napoli sullo sfondo, la mezza luna del golfo. Forse cede il terreno; forse è Dale ad arretrare inavvertitamente. Il marinaio perde l’ equilibrio. Un urlo agghiacciante accompagna la sua scomparsa nelle tenebre del vulcano. Brett assiste inorridito. Pensa di chiamare soccorsi e poi ritiene di potercela fare da solo. In quel punto, il lato sud-ovest, il cratere cade a strapiombo. Brett raggiunge allora il lato nord-est dove il recinto del vulcano degrada a terrazze. Comincia a calarsi mentre ormai si fa notte. Brett si avvicina strisciando, a salti, calandosi dall’ uno all’ altro degli speroni di roccia fino a 180 metri nel cuore della montagna. Riesce ad intravvedere l’ amico venti metri più sotto ma non può più andare avanti. Spossato, impaurito dall’ oscurità, ferito alle braccia e alle gambe finalmente grida, chiede aiuto. Il cono del vulcano rilancia su nel vallone le sue grida. Le raccolgono altri marinai della “McDonnell” impegnati nella discesa a valle dopo una più tranquilla escursione. Un’ ora e mezzo dopo la tragedia, scatta l’ allarme. I vigili del fuoco raggiungono dopo un’ ora la vetta del Vesuvio a quota 1000. Occorreranno altri sessanta minuti per raggiungere con le fotoelettriche il punto della caduta a quota 1260. Intanto Dale, con il cranio fracassato e una gamba fratturata, la spina dorsale spezzata, è spirato dopo oltre due ore di lamenti. Brett lo grida tra le lacrime ai commilitoni. Le operazioni di salvataggio si concentrano allora sul recupero di Jacobs. Nell’ oscurità due vigili del fuoco in cordata assicurati a paletti di ferro si calano nel vulcano, imbracano il marinaio, lo tirano su. Sono le 4,30 del mattino quando Brett Jacobs ritorna alla luce. Ha abrasioni alle mani, al volto, alle gambe. E’ in stato di choc. Dopo una breve visita all’ ospedale americano di Agnano farà ritorno sulla “McDonnell” all’ alba. Con le prime luci dell’ alba cominciano anche le operazioni per il recupero del corpo di Dale Ulderhilt. I vigili del fuoco cambiano questa volta parete. Alle 11,30 del mattino, imbracato in una barella, il corpo di Dale riappare sull’ orlo del vulcano. E’ la prima vittima nella lunga storia del cratere del Vesuvio. Articolo di Giuseppe D’Avanzo, da La Repubblica del 16 aprile 1985. Foto Archivio L’Unità. Articoli vari di giornale.