Month: gennaio 2015

Il Vesuvio “diverso” visto dall’Appennino

Tweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestShare on Facebook

Stesso vulcano, stesso profilo, stesso paesaggio. Ma visto da un’altra angolatura. Siamo abituati ad ammirare il Vesuvio attraverso le classiche foto scattate dai belvedere di Mergellina o della Penisola sorrentina: un’imponente montagna verdastra che degrada dolcemente sul mare del golfo di Napoli. Sandro Montefusco, giovane biologo molecolare con la passione per la fotografia e il trekking, ce ne offre, invece, una visione diversa, molto più rara e altrettanto affascinante. In particolare, in occasione di due escursioni, tenute qualche settimana fa, Montefusco ha atteso l’alba per scattare qualche foto al panorama intorno, visto dalla cima di una montagna. Niente cavalletto: “Basta una semplice cordicella per fissare il corpo macchina a una staccionata  –  dice Sandro – e avviare uno scatto con con un’apertura dell’otturatore lunga circa 20 secondi, che catturare quanta più luminosità possibile”. Il risultato è davvero spettacolare. Monti e colline nere, che sembrano galleggiare su un mare di luci d’autostrade e lampioni, mentre le città intorno ancora dormono e il cielo inizia a tingersi di rosso. La prima immagine, risalente al novembre 2014, proviene dalla sommità di Pizzo San Michele, una montagna di 1600 metri nell’Appennino campano, al confine delle province di Salerno e Avellino, tra i comuni di Calvanico e Solofra. La foto abbraccia l’estensione di tutto l’agro nocerino sarnese, col Vesuvio e Monte Somma ben visibili sul lato destro. La seconda fotografia, invece, proviene dal massiccio di Montevergine. Qui, dietro la sagoma del vulcano campano, s’intravedono anche i profili di Procida e Ischia. (testo paolo de luca – foto sandro montefusco).

Vesuvio dall'Appennino

Vesuvio dall'Appennino

Lo splendore del Vesuvio visto dallo spazio

Tweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestShare on Facebook

Vesuvio dallo spazio“E c’è un altro vulcano qui, ciao Napoli!”. Samantha – Sam – Cristoforetti, l’astronauta italiana a bordo della stazione spaziale orbitante, posta sul suo account twitter una bellissima foto del Vesuvio, illuminato dalle luci, nella notte spaziale. Si vede nettamente il vulcano che si staglia fra i popolosi paesi che si addensano sotto il cratere, sfidando sorte e, purtroppo, normative di sicurezza e il nero pesto del mare del Golfo di Napoli. La foto di “Astro Samantha” non è la prima immagine dallo spazio del vulcano partenopeo: anche il suo collega Luca Parmitano, che l’ha preceduta in orbita sulla Stazione internazionale, ha scattato a suo tempo delle straordinarie immagini del nostro Paese e della Campania vista da una posizione unica e sicuramente ricca di sorprese.

Come leggere i papiri carbonizzati di Ercolano senza srotolarli

Tweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestShare on Facebook

Quando qualcosa sopravvive a un’eruzione vulcanica, è sempre preziosa. E ancor di più se questo qualcosa è un antico papiro che risale addirittura alla storica eruzione del Vesuvio del 79 d. C. che distrusse le città di Ercolano e Pompei. Queste pergamene romane, praticamente carbonizzate, sono molto fragili e, nel tempo, gli scienziati hanno cercato di leggerne il contenuto tramite audaci tecniche di srotolamento meno dannose possibili – e hanno sempre fallito. Oggi, però, un gruppo di ricercatori napoletani sembra aver trovato una soluzione. Come si legge in uno studio su Nature Communications, gli scienziati dell’Istituto per la microelettronica e i microsistemi del Cnr di Napoli hanno utilizzato un un nuovo metodo di imaging non invasivo per svelare il contenuto dei papiri carbonizzati senza srotolarli (e quindi trasformarli in cenere). Sono centinaia i rotoli di papiro sepolti dall’eruzione del Vesuvio, e che sono stati scoperti 260 anni fa nella biblioteca della Villa dei Papiri di Ercolano, paese vicino Napoli. Durante l’eruzione, il gas vulcanico incandescente li ha carbonizzati e li ha resi fragili e estremamente vulnerabili a ogni tentativo di leggerli. Si spera che la nuova tecnica possa essere utilizzata anche per decifrare rotoli della stessa collezione che finora non sono però mai stati letti. Vito Mocella e colleghi hanno sperimentato con successo la tecnica della tomografia a raggi X a contrasto di fase per decifrare il testo contenuto in una delle pergamene. La lettura a raggi X, finora, non era servita a molto, perché il rotolo carbonizzato e l’inchiostro nero di carbone assorbono questo tipo di raggi molto debolmente. La tomografia, invece, è riuscita a far distinguere bene l’inchiostro dal papiro, nonostante le composizioni chimiche simili, perché sfrutta la differenza di fase (ossia una misura di quanto velocemente luce, o altra radiazione, si propaga attraverso un materiale) tra le due sostanze, contribuendo a migliorare il contrasto tra loro. Grazie alla nuova tecnica, gli scienziati hanno per esempio letto su un frammento due parole in greco: “PIPTOIE” e “EIPOI”. A quanto è emerso dall’analisi, lo stile della scrittura sulla pergamena, è simile a quello del filosofo epicureo Filodemo che, quindi, potrebbe anche essere l’autore del libro in questione, che forse è stato scritto nel primo secolo d. C.

I sopravvissuti all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C

Tweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestShare on Facebook

In un libro Alberto Angela ha presentato un quadro delle ultime ore di vita di quelli che a Pompei e di tutte le altre città dell’area vesuviana si salvarono. Varie sono le biografie ricostruite e le vicende prima della tragedia. Fino ad oggi la famosa eruzione di Pompei, Ercolano, Oplonti, Boscoreale, Terzigno e Stabia è stata sempre raccontata attraverso le vittime in questo libro dal titolo, I tre giorni di Pompei (2014, Rizzoli), si racconta ancora l’eruzione ma attraverso i sopravvissuti. Impresa non facile e l’Autore, Alberto Angela, conduttore della nota trasmissione della Rai, Ulisse, ha presentato un quadro certo in alcune parti obiettivamente verosimile ma ben armonizzato e nell’insieme anche ben articolato con fonti dichiarate e con corredo di documentazione archeologica. Oltre ai superstiti nel racconto si muovono persone vere e realmente esistite ma che non si sono salvate e gli archeologi com’è noto ne hanno ricavato il loro calco (alcune foto, nn.10- 15, nel secondo inserto) ottenuto versando gesso liquido nel vuoto lasciato dal loro corpo che naturalmente si è bruciato per l’eruzione e quindi già all’epoca si era decomposto. Si presenta un quadro storico importante che obbliga a continuare le ricerche e gli studi non solo di archeologia ma anche di paleobotanica e dei lineamenti dell’economia di quelle città del Vesuvio distrutte dall’eruzione del 79 d.C. Importante e oltre il libro s’intende è la data dell’eruzione che tradizionalmente è stata sempre presentata per il 24 agosto mentre oggi con nuovi dati archeologici e con recenti analisi sulle varie copie delle famose lettere a Tacito di Plinio il Giovane l’Autore ha scelto il 24 ottobre dello stesso anno. Alle pp.465-478 presenta un’Appendice sul tema. Si tratta di un contributo notevole che questa pubblicazione offre non solo a coloro che vogliono conoscere Pompei ma anche ai cultori e perché no anche agli studiosi di professione. Prima si presenta una lettera di Plinio ma vengono esposte le motivazioni della “tesi autunnale” e si mette in evidenza che la vendemmia si era già conclusa. Al riguardo proprio “La tesi estiva” penso che farà discutere perché se sono stati trovati dolia (recipienti) interrati per la fermentazione del vino, il mosto, questi potrebbero anche essere stati utilizzati per contenere anche altre sostanze. Ovviamente sono varie le motivazioni che hanno peso e notevole, a favore della data autunnale dell’eruzione.
Il racconto si articola in 43 capitoli e i personaggi che si presentano sono 33 ed è con Rectina che inizia, una nobildonna che faceva parte dell’élite romana che organizza un banchetto poche ore prima dell’eruzione nella “Pompei che conta” (interpretazione di Alberto Angela che è vera) e si salverà insieme ad altri sei. Sono sette quelli accertati che si salveranno. Leggendo, certo si viene investiti dalle vicende ma le descrizioni dei luoghi e dei volti dei personaggi fanno veramente agitare tensioni di ricerca e cioè di saperne di più non solo a livello della sociologia connessa con lo svolgersi dell’eruzione ma anche di come questa abbia potuto cancellare queste città che avevano un’economia di rilievo e la si coglie bene e non solo per la produzione del vino come a Boscoreale (Villa Regina).
Alle pp. 481-488 si presenta la bibliografia sia per le fonti antiche e studi moderni e sia dei studi scientifici (pp487-488) e proprio quest’ultimi offrono un ideale invito ad ogni lettore di continuare le ricerche su Pompei. Sembrano tematiche ampiamente note ma hanno date recenti di pubblicazione e quindi solo pochi conoscono e sono sia di archeologia che di studi proprio sul Vesuvio che oggi è il vulcano che maggiormente è stato studiato.
C’è un problema che si evidenzia con questa pubblicazione di Alberto Angela ed è la fruibilità per tutti dell’archeologia della città di Pompei. Una visita si compie in un giorno ma basta andarci una sola volta? No! E chiaramente occorre almeno la prima volta una guida che è a pagamento. Ovviamente guardare con attenzione l’impianto della città e i vari edifici ci vuole tempo ed necessario s’intende pernottare. Una visita all’Antiquarium di Boscoreale è da fare per vedere come era organizzata un’azienda agricola con la produzione del vino. Ricordiamo che è esposto un torchio. Un soggiorno a Pompei ha i suoi costi e purtroppo le risorse per l’attuale crisi in atto al momento non sono disponibili per tutti e naturalmente non ne parlo qui. La visita virtuale allora? L’interrogativo si pone e si spera che i contenuti on line che già sono disponibili aumentino ma con questo libro può iniziare un percorso diverso di conoscenza e mirata certo s’intende, sarà poi la visita fisica a Pompei che sarà un momento di ricerca in campo.