Month: maggio 2014

Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia. Gabrielli: piano emergenza deve essere partecipato

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327183752_8dddc75e99_b1-586x439“L’elevata pericolosità dei tre vulcani attivi dell’area campana, ovvero il Somma-Vesuvio, i Campi Flegrei e l’isola di Ischia, associata all’intensa antropizzazione e vulnerabilità del territorio, rendono quest’area una delle zone a più alto rischio vulcanico del mondo”, lo ha detto il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli lunedì 26 maggio in Senato durante un’audizione alla Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali. Il Capo Dipartimento ha infatti relazionato su diversi aspetti, fornendo cenni sulla struttura e sulla storia eruttiva di questi vulcani (e brevemente anche sui vulcani sottomarini Marsili e Palinuro), oltre che informazioni relative agli scenari di riferimento di una loro possibile eruzione (flussi piroclastici, lapilli, cenere, rischio sismico) e alle connesse attività di protezione civile promosse, prima tra tutte quella di pianificazione dell’emergenza. Per quanto riguarda il Vesuvio e i Campi Flegrei il Capo Dipartimento ha illustrato lo stato dell’arte del lavoro di aggiornamento della pianificazione di emergenza nazionale ed è entrato nello specifico dei rischi connessi ad una possibile eruzione. “L’intensa densità abitativa (più di 3 milioni di residenti) e la particolare vulnerabilità degli insediamenti (edificato, infrastrutture, ecc.) – ha proseguito Gabrielli – producono livelli di rischio estremamente elevati”, motivo per cui è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali che punti, oltre alle attività da mettere in pratica in caso di eruzione, anche all’informazione della cittadinanza e alla prevenzione. “Per il futuro, è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico – ha spiegato Gabrielli tra le tante attività seguite, gestite e promosse dal Dipartimento -, e in particolare ai vulcani napoletani, che si inserisce nell’ambito di “Io non rischio”, la campagna informativa nazionale sui rischi naturali e antropici che interessano il nostro Paese. In particolare, per l’iniziativa saranno preparati materiali con informazioni su cosa sapere e cosa fare prima, durante e dopo un’eruzione. Oltre alle giornate in piazza, la campagna vedrà anche iniziative dedicate al mondo del lavoro e alle scuole”. “Il fatto che i vulcani napoletani non siano caratterizzati nella loro attuale fase di vita da un’attività persistente e non producano quindi eruzioni frequenti, purtroppo, fa sì che la popolazione residente in quelle aree non percepisca il rischio come imminente e, di conseguenza, posponga questo problema alle ordinarie urgenze del territorio, non considerando che la gestione di una crisi vulcanica ai flegrei o al Vesuvio sarebbe un processo assai complicato da gestire” sottolinea Gabrielli. Per i residenti nelle tre aree la certezza di “vivere in area vulcanica è evidente”, “da ciò deriva un imperativo di azione per tutti i livelli istituzionali coinvolti, ma anche e soprattutto per le popolazioni residenti, che non possono fare a meno di adottare comportamenti e scelte consapevoli e conseguenti. Di fronte all’evidenza non si può far finta di nulla o voltarsi dall’altra parte, visto che un’azione efficace di pianificazione non può prescindere dalla corretta percezione del rischio da parte della popolazione e dalla diffusione della consapevolezza che il ruolo del singolo all’interno del Servizio nazionale, sia in prevenzione che in fase di emergenza, è indispensabile per garantire un’adeguata risposta del sistema alle esigenze del territorio”. “La promozione di una costante e corretta informazione, dunque, costituisce il passaggio obbligato per rendere le comunità più resilienti. I vulcani italiani, e quelli dell’area campana in particolare, sono monitorati e controllati e l’azione del Dipartimento della Protezione Civile e delle istituzioni tecniche e scientifiche preposte non deve venire meno, ma deve, al contrario, proseguire senza soluzioni di continuità e diventare sempre più efficace”. “In definitiva – conclude Gabrielli -, il Piano nazionale di emergenza non è uno strumento che compete esclusivamente allo Stato centrale e mi auguro che sempre più sia scongiurato l’atteggiamento di immobilità a volte assunto dai territori. Il Dipartimento si sta impegnando affinché si diffonda l’interpretazione corretta, ossia che la pianificazione è un processo partecipato, un’azione congiunta e coordinata di diversi soggetti, ciascuno competente per una parte, che devono sviluppare le proprie pianificazioni territoriali e di settore per “comporre” il piano nazionale. Non v’è dubbio, ad esempio, che la definizione dello scenario eruttivo di riferimento o le procedure di attivazione del sistema nazionale competano al livello centrale ma è altrettanto imprescindibile che le istituzioni locali debbano predisporre il censimento della popolazione, il rilevamento delle esigenze delle modalità di evacuazione, gli studi di dettaglio del la viabilità comunale, pena la mancata realizzazione del Piano nazionale. Da questo punto di vista, mi premuro di rilevare che c’è ancora molto da fare”. Tratto da Il Giornale della Protezione Civile del 28 maggio 2014.

Rischio Vesuvio, in vigore la nuova zona rossa

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«È entrata in vigore ufficialmente la nuova zona rossa del Vesuvio». Ne dà notizia l’assessore alla Protezione civile della Regione Campania Edoardo Cosenza, alla luce della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Direttiva approvata dal presidente del Consiglio dei Ministri il 14 febbraio scorso che stabilisce
l’area da evacuare in via cautelativa in caso di ripresa dell’attività eruttiva, e individua i gemellaggi tra i Comuni della zona rossa e le Regioni e le Province Autonome che accoglieranno la popolazione evacuata. «Entro 45 giorni, il Dipartimento Nazionale di Protezione civile, d’intesa con la Regione Campania e sentita la Conferenza Unificata, fornirà indicazioni alle componenti e alle strutture operative per aggiornare le pianificazioni di emergenza in caso di evacuazione della zona rossa. Per farlo, queste avranno quattro mesi di tempo. «La nuova zona rossa – ha ricordato Cosenza – comprende i territori di 25 comuni della provincia di Napoli e di Salerno, ovvero 7 comuni in più rispetto ai 18 previsti dal Piano di emergenza del 2001. Alcuni comuni della nuova zona rossa sono stati considerati interamente, sulla base dei loro limiti amministrativi; per altri, i Comuni stessi, d’intesa con la Regione, hanno individuato solo una parte di territorio».La zona rossa è l’area da evacuare cautelativamente in caso di ripresa dell’attività eruttiva del Vesuvio, in quanto ad alta probabilità di invasione da parte di flussi piroclastici ed elevato rischio di crolli delle coperture degli edifici per accumuli di depositi di materiale piroclastico. Comprende 25 comuni delle province di Napoli e Salerno ed in particolare, per intero i territori dei comuni di: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Palma Campania, Poggiomarino, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Gennaro Vesuviano, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, e Scafati e parte dei territori dei comuni di: Napoli (parte della circoscrizione di Barra – Ponticelli – San Giovanni a Teduccio), Nola e Pomigliano d’Arco (enclave nel territorio di Sant’Anastasia). «Le disposizioni in vigore da oggi riguardano: l’area da sottoporre ad evacuazione cautelativa per salvaguardare le vite umane dagli effetti di una possibile eruzione, soggetta ad alta probabilità di invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) e di crolli delle coperture degli edifici per importanti accumuli di depositi di materiale piroclastico (zona rossa 2), ed individuata complessivamente quale «zona rossa»; l’assistenza alla popolazione dell’area vesuviana cautelativamente evacuata, che viene attuata anche ai gemellaggi, ossia all’accoglienza garantita da altre Regioni e province autonome; le indicazioni per l’aggiornamento delle pianificazioni di emergenza». Da Il Corriere del Mezzogiorno del 17 maggio 2014.

Mappato il rischio frane intorno al Vesuvio

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Il Vesuvio è stato mappato dal punto di vista delle zone a rischio frana. A portare a termine la realizzazione di una prima mappa di base che permette di effettuare una preliminare grande “zonazione” delle aree potenzialmente a rischio sono stati i geologi delle Università di Pisa e di Bari e della sezione pisana dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia grazie a vari progetti finanziati dal Dipartimento della Protezione Civile. I ricercatori hanno studiato un territorio di circa 650 km2 che si estende dalle colline Cancello a nord sino alla penisola sorrentina a sud, in pratica tutta la zona preappenninica che circonda la piana vesuviana. Le indagini sono state condotte attraverso una ricostruzione storica degli eventi franosi accaduti negli ultimi 500 anni, attraverso analisi morfometriche, cioè uno studio quantitativo delle caratteristiche dei versanti, e direttamente sul campo. “Potenzialmente circa il 57% del territorio studiato è da considerarsi ad alto rischio per quanto riguarda la formazione e lo scorrimento di colate rapide di fango (debris flow), circa il 38% a rischio medio e solo il 5% basso”. Lo ha spiegato Giovanni Zanchetta, ricercatore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. A innescare lo studio è stata la tragedia di Sarno in Campania: nel maggio del 1998, in poche ore, decine di frane provocate da ingenti precipitazione uccisero oltre 130 persone. Quel drammatico episodio mise in evidenza la pericolosità del Vesuvio non solo per gli effetti immediati legati ad una possibile eruzione. Per la prima volta, l’attenzione sul rischio vulcanico si focalizzò sulle zone appenniniche vicine dove potevano verificarsi frane e colate di materiale vulcanico, anche molto tempo dopo la fine di un eventuale emergenza eruttiva. Le ricerche sono state pubblicate sul Journal of Maps. Fonte: Università di Pisa.

Vesuvio, il Tar da ragione a Boscoreale. Si stringe la zona rossa

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Il Tar Campania, con sentenza depositata lo scorso 8 maggio, ha accolto il ricorso del Comune avverso la delimitazione della zona rossa 1 e zona rossa 2 individuata dal Piano di emergenza dell’Area vesuviana, adottato dalla giunta regionale con provvedimento dello scorso 26 luglio. Il Comune, infatti, aveva impugnato dinanzi al Tar la deliberazione della giunta regionale perché il piano approvato era difforme al documento tecnico della Commissione Nazionale per il rischio Vesuvio, avendo esteso la zona rossa 1 ben oltre il limite indicato nel documento tecnico della citata Commissione, facendovi ricadere parte di questo territorio che invece sarebbe dovuto restare estraneo, giacché ricadente nella zona rossa 2. Dunque, oltre alle aree periferiche come Marra, Marchesa e Parrelle, ricadono adesso in zona rossa 2 anche strade più vicine al centro come via Passanti e dintorni, dove adesso sarà possibile procedere con abbattimenti e ricostruzioni e restyling così come prevederà il Piano urbanistico comunale. Il Piano di emergenza elaborato dai tecnici appartenenti a un gruppo di lavoro operante in seno alla Commissione Nazionale per il rischio Vesuvio, istituita presso il Dipartimento della Protezione Civile, ha sostanzialmente rivoluzionato la zona a rischio classificandola in due zone: zona rossa 1 e  zona rossa 2. La zona rossa 1 è identificata quale area esposta al rischio d’invasione da flussi piroclastici e al crollo delle coperture di edifici per carico di depositi piroclastici, mentre  la zona rossa 2  classificata con minore rischio. Nel predetto Piano il territorio di Boscoreale è suddiviso, appunto, chiaramente in due zone e il provvedimento della giunta regionale così come elaborato avrebbe penalizzato non poco il paese. «Questo risultato ottenuto dalla mia amministrazione – ha spiegato il sindaco Giuseppe Balzano – è la riprova che quanto affermavamo in campagna elettorale sulla zona rossa era giusto. Ora per Boscoreale si riaprono delle nuove opportunità di sviluppo». Da Il Fatto Vesuviano del 12 maggio 2014.