Il Vesuvio «cresce» è più alto di 30 metri

 

Anche la terra vesuviana sale. Di pochissimo, in media cinque millimetri all’anno, ma sale. Nel corso degli ultimi sei millenni l’area più vicina al cratere si sarebbe sollevata di 30 metri, secondo uno studio condotto da ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano, delle facoltà scientifiche universitarie di Napoli, del Sannio, di Helsinki e della Soprintendenza Archeologica di Pompei. Operando in profondità, sui reperti recuperati nel tessuto urbanistico stratificato sotto lava e lapilli, gli studiosi hanno soffermato l’attenzione su una serie di microrganismi marini rimasti sepolti nei millenni. Dell’antico porto di Pompei, sul tratto di costa che lambiva le falde del vulcano, si sapeva già molto. Molto meno, invece, si conosceva della lentissima, impercettibile spinta del suolo verso l’alto. Una tendenza costante, a differenza del saliscendi registrato nei secoli nell’area del bradisismo flegreo, fenomeno parallelo ma completamente diverso. «Ora si apre un capitolo di straordinario interesse per ricostruire la storia del Vesuvio – spiega Aldo Marturano, ricercatore dell’Osservatorio, coordinatore del gruppo che ha condotto lo studio – per la prima volta è stato possibile sintetizzare le esperienze delle diverse professionalità del territorio, vulcanologi, petrografi, micropaleonotologi, archeologi, per sondare in profondità e strappare al vulcano i segreti scolpiti nei reperti delle eruzioni». L’esito dello studio, che sarà pubblicato sul «Journal of Vulcanology and Geothermal Rsearch», lascia prevedere nuovi scenari anche sulle vicende storiche di una delle zone più affascinanti, sul piano archeologico, del mondo. Finora, infatti, la falda terrestre vesuviana e dell’intera piana campana, tranne i Campi Flegrei, erano considerate strutture sottoposte ad un lentissimo processo di affondamento. Sarà possibile riscrivere la vita del vulcano, mettendo a fuoco particolari inediti, a cominciare dai processi di trasformazione che caratterizzarono i più devastanti eventi eruttivi, le fasi di letargo, il succedersi delle catastrofi. Naturalmente è presto per azzardare programmi di ulteriore approfondimento, ma è evidente che i sondaggi compiuti sull’apparato vulcanico, in particolare sui microrganismi marini (studiati con l’applicazione delle più sofisticate tecnologie oggi a disposizione) aprono prospettive di non scarso interesse per la ricostruzione dei fenomeni che anticiparono e che seguirono l’eruzione cosiddetta di Avellino, quella universalmente conosciuta del 79 dopo Cristo, le altre più devastanti emergenze vesuviane. Cosa significa, sul piano «volgarmente» pratico? Significa che dai nuovi studi potrebbero arrivare indicazioni preziose anche dal punto di vista delle previsioni, e perciò della prevenzione dai rischi di una lontana, ma inevitabile eruzione. In questo senso si dicono ottimisti i «guardiani» del vulcano. Conoscere sempre meglio e sempre più in profondità i segreti del vulcano, insomma: è questa l’unica ricetta seria per difendersi concretamente. Intanto, ieri, la rete sismica del Vesuvio ha registrato 15 «segnali» causati da eventi franosi localizzati nell’area del Gran Cono. L’evento più forte alle 6.41 l’ultimo alle 7.42. Le frane, definite «più consistenti rispetto alla norma», non sono da mettere in relazione a nessuna attività vulcanica: sono fenomeni erosivi dovuti probabilmente alle ultime piogge. Articolo di Franco Mancusi, da Il Mattino del 6 giugno 2009.

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