Month: settembre 2008

Vesuvio, le verità del magma

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Si scruta nel cuore di fuoco del Vesuvio. Dalla rivista Nature una importante novità scientifica, la scoperta di una nuova camera magmatica fra i quattro e i cinque chilometri di profondità, mentre dall’Osservatorio Vesuviano e dall’università parte oggi uno studio di avanguardia internazionale per radiografarele strutture superficiali del vulcano attraverso tecniche di radiazione cosmica. Due momenti dello stesso capitolo di prevenzione che polarizza l’attenzione delle comunità scientifiche di tutto il mondo sui temi della ricerca nell’area vulcanica napoletana. Al workshop che si apre stamane nella facoltà di Scienze Fisiche dell’università Federico II, per concludersi domani nella sede storica dell’Osservatorio, a Ercolano, parteciperanno venticinque vulcanologi italiani, giapponesi, americani, francesi, spagnoli, coordinati dai professori Paolo Strolin, Marcello Martini, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Hiroyuki Tanaka, dell’ateneo di Tokyo. Seguirà una visita sul cratere vesuviano. Ma torniamo all’intervento della rivista Nature, che ancora una volta riapre il dibattito sulla profondità dei serbatoi magmatici del vulcano napoletano. Secondo un team di studiosi (fra i quali è impegnato il pisano professor Raffaele Cioni) i modelli di prevenzione della ricerca dovrebbero essere aggiornati considerando la presenza di una camera di fuoco profonda quattro-cinque chilometri, rispetto a quella di otto-dieci chilometri che ha orientato sinora le previsioni dei vulcanologi. Una scoperta significativa, perché le indagini geofisiche realizzate negli ultimi anni con il metodo della tomografia sismica, una sorta di Tac effettuata attraverso piccoli terremoti artificiali, hanno indicato la presenza di un serbatoio magmatico a otto-dieci chilometri di profondità. Il che potrebbe significare che dopo la catastrofe di Pompei la massa di fuoco del Vesuvio risalì gradualmente verso la superficie, per dare poi vita nei secoli alle altre eruzioni esplosive della storia. Ma sentiamo il professore Cioni, ricercatore dell’istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia: «I moderni sistemi di analisi petrologica ci permettono di determinare la pressione di cristallizzazione all’interno della camera magmatica. Ebbene, abbiamo potuto verificare che in occasione dell’eruzione di Pollena, nel 472, il magma si trovava a una pressione di circa mille bar, cioè mille volte la pressione a livello del mare, il che corrisponde a una camera magmatica posta appunto a una profondità di quattro-cinque chilometri». «Viceversa lo stesso tipo di analisi – prosegue il professor Cioni – effettuate sui reperti del 79 e di altre precedenti eruzioni, indicano che il magma proveniva direttamente dalla camera più profonda. Perciò è legittimo dedurre due diverse modalità eruttive vesuviane, che coincidono sia con il serbatoio di fuoco di otto chilometri che con quello più superficiale di quattro-cinque chilometri» Scienza e fede religiosa. Saranno più protette anche dal cielo, le comunità locali, dopo l’arrivo fra le fumarole del cratere di una splendida icona in pietra lavica dedicata alla Madonnina del Vesuvio. A benedirla, domenica prossima, il cardinale Crescenzio Sepe, in occasione del suo onomastico. In programma una domenica particolare di festa con i giovani della diocesi.